L'editoriale del direttore Elio Pariota: "Il virus del nazionalismo"

“America First”. “La France avant tout”. “Prima gli italiani”. “Per la rivincita russa”. E potrei continuare.

La retorica nazionalista sbandierata con vigore da un capo all’altro del Pianeta è ormai senza freni. Il virus che fa perno sull’esaltazione dei concetti di identità nazionale e di Nazione è contagioso e rischia di propagarsi a dismisura se le democrazie si mostrano incapaci di mettere in campo i loro antidoti.

I dazi di Trump sull’acciaio e sull’alluminio (per ora) sono l’effetto di una intolleranza crescente verso ogni forma di regolamentazione internazionale venuta fuori dagli Accordi di Bretton Woods (1944) che diedero vita a Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e WTO. Dov’è finita quell’America dei grandi ideali e delle ampie visioni strategiche?

E’ curioso che la democrazia più grande del mondo affronti con misure protezionistiche - nutrite dai proclami nazionalistici - la sfida di un mercato interdipendente alimentato dai suoi stessi colossi (Amazon, Google, Facebook, eccetera). Condizionando – in negativo – il quadro delle relazioni internazionali. Il nazionalismo non muore mai.

E’ un mostro sempre pronto a rialzare la testa. Nel secolo scorso ha prodotto decine di milioni di morti. Non ne abbiamo nostalgia.

Commenti

  • Foto di Luca

    Luca dice:

    Come tutti i concetti e le espressioni il nazionalismo può avere sfaccettature positive o negative. Ovviamente sono contrario a tutte quelle manifestazioni che possono sfociare nel razzismo e nella violenza in nome di una unità nazionale. Sono però convinto che si possa e si debba mantenere una identità nazionale in tutti i campi. Ogni paese ha la sua storia, le sue radici e la sua cultura. Abbiamo le nostre feste nazionali, simbolo di una identità e del ricordo di episodi importanti. Questo non deve essere negato. Non è ammissibile ad esempio abolire il Natale per rispetto agli immigrati di altre religioni. Non è pensabile abolire il 25 aprile o il 1 maggio perché per il senegalese non hanno significato. Per noi si. Anche per quanto riguarda l'aspetto economico può succedere che le importazioni portino danno all'economia interna. Pensiamo al caso delle quote latte che provocò la protesta di migliaia di produttori italiani. Ben venga quindi un sano e pacifico nazionalismo

    10 Mar 2018 17:46
  • Foto di Eddy

    Eddy dice:

    Sono assolutamente d'accordo con il direttore e, mi spiace, quasi completamente in disaccordo con Luca. intanto le radici culturali sono cosa diversa dagli accordi economici internazionali. se approfondiamo la questione delle c.d. "quote latte" scopriamo che la giustizia a dato torto sia a livello italiano sia a livello internazionale "alle migliaia di produttori italiani" (per inciso: il fatto di aver provocato le proteste di migliaia di persone non è di per sè assiomatico di ingiusto...) e che noi (popolo italiano) abbiamo tirato fuori circa 4 miliardi di lire per surrogare alle multe dovute, ed essenzialmente per motivi politici (Lega). Passando ad altro, vorrei sottolineare che le radici culturali non si coltivano per decreto, nel senso che proprio in quanto "culturali" rientrano in una categoria in cui è l'uomo a dover fare la differenza. Quanti italiani conoscono bene la storia al punto di saper spiegare al "senegalese" il significato del 25 aprile? Quanti italiani conoscono bene la propria religione al punto di saper spiegare al "senegalese" il significato della Pasqua o della Pentecoste? Quanti italiani conoscono le origini storico-religiose del Natale, il perché del 25 dicembre, lo scambio di doni, l'albero, ecc? Le radici culturali sono forti solo se nutriamo la nostra mente ed il nostro animo con la conoscenza e se ci prendiamo il tempo di riflettere sul significato dei fatti che andiamo a celebrare. di certo non con i dazi o con il manganello...

    12 Mar 2018 12:13
  • Foto di Carmine Piscopo

    Carmine Piscopo dice:

    Caro Direttore, quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville, profeta laico, nell'insuperato saggio De La Democratie en Amerique, in due tomi, aveva preannunziato il risorgere dei nazionalismi, oltre che in Europa, in quella terra lontana che appariva alla sua sagacia lungimirante l'Eden della libertà, priva com'era dell’indelebile debito del Medioevo che ci soffia ancora sul collo. Il nazionalismo sovranista, di certo, è la tragedia dell'irenismo mondiale, in quanto curvatura - spesso rottura - della consistenza ontologica dell’umanesimo tout court, perchè mira dritto a forme intollerabili di totalitarismo politico che, come nazismo e stalinismo di nefasta memoria, hanno lasciato immani lutti e danni irreparabili. Per le nuove generazioni è indifferibile una paideia della cittadinanza mondiale solidaristica per abitare la "casa comune" auspicata da Papa Francesco.

    14 Mar 2018 12:03

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