La doppiezza di un premier

Figuratevi se a orecchie garantiste come le nostre non suonino come angeliche le parole di Matteo Renzi quando, improvvisamente risvegliato non dal campanello della coscienza ma dal tintinnio di manette, pesca nel cilindro maleodorante del giustizialismo e reclama la presunzione di innocenza, la necessità di un processo rapido e giusto, il primato della politica sulla magistratura. Bravo, anzi bravissimo. Sul serio. Peccato che sia un ipocrita. Perché il risveglio dal torpore arriva solo adesso che un'inchiesta entra fin dentro le stanze di Palazzo Chigi, provoca le dimissioni di un ministro e fa vacillare il suo governo. Matteo Renzi, il premier che rivendica un'inesistente superiorità morale, il marcio ce l'ha in casa con gli oltre 50 dirigenti e amministratori del Partito democratico arrestati o sotto inchiesta da un capo all'altro dell'Italia non per reati bagatellari ma per fatti gravissimi. C'è la mafia, la camorra e la 'ndrangheta in quelle storie, c'è soprattutto un intreccio perverso tra alfieri del "nuovo" Pd e il putridume della criminalità antica. L'opportunismo del presidente del Consiglio sta tutto nella sua doppiezza politica. Quella che lo fa esultare dopo l'approvazione della legge anticorruzione un anno fa quando dichiara "noi i ladri li mandiamo a casa" e l'altra quando attacca a testa bassa i magistrati di Potenza. O, peggio ancora, quella che lo fa stare silente davanti a ogni scandalo che investe il partito di cui è segretario. La doppiezza risiede nell'aver salutato con giubilo l'introduzione del reato di "traffico di influenze illecite" per assecondare i manettari senza rendersi conto (come ha già fatto in svariate pronunce la Corte di cassazione) che quella norma è confusa e arraffazzonata perché non definisce - sono parole della Suprema Corte - "il confine tra il consentito e il non consentito" dei cosiddetti gruppi di pressione o lobby. Il Renzi che oggi rivendica il diritto di incontrare, ascoltare e assecondare le istanze di multinazionali o imprenditori è lo stesso che ha consegnato alla magistratura le chiavi per scassinare il fortino del primato della politica. Ed è lo stesso che si è genuflesso all'Autorità nazionale anticorruzione, attribuendo al nuovo presidio di legalità poteri abnormi nei confronti delle imprese, a rischio commissariamento prima ancora che intervenga non una sentenza ma addirittura l'inizio di un processo. Si tratta di quella stessa Autorità che, così dice la legge, deve essere informata dal pubblico ministero "quando esercita l'azione penale" anche per i reati al centro dell'inchiesta di Potenza. E dunque: il presidente dell'Autorità, Raffaele Cantone, bandiera renziana da sventolare a ogni occasione come garanzia di trasparenza, che cosa farà sui fatti che oggi riguardano direttamente il "suo" governo? Fonte: www.panorama.it

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