Attenzione a quello che scriviamo su Facebook, il rispetto degli altri è di casa (per legge) anche qui

Navigando sui Social sarà capitato anche a voi di voler dire qualcosa a tutti quelli che credono che offendere, calunniare, deridere e pubblicare qualsiasi frase sia normale, in nome della verità. Dopo anni di silenzi davanti a tv, giornali e radio oggi chiunque può riappropriarsi della facoltà di parola. Finalmente possiamo dire la nostra convinti che «Sul mio profilo io dico ciò che è giusto o ritengo vero – o più semplicemente – Scrivo quello che voglio».
I social network danno possibilità di espressione a chiunque ma questo non prescinde dal dovere di conoscere le leggi
E qui si nasconde la fregatura. Facebook e gli altri social network danno sì possibilità di espressione a chiunque, ma questo non prescinde dal dovere di conoscere le leggi, e non sto parlando delle leggi della comunicazione digital, ma di quelle che governano il nostro Paese. Pensate a quanti hanno postato commenti di ogni sorta sui vari politici durante le elezioni, senza sapere che chi dice il falso compie il reato di diffamazione ed è quindi perseguibile. E la legge si può violare anche scrivendo di argomenti come le preferenze sessuali, religiose o calcistiche. Sono questi infatti i quattro temi che generano maggior engagement ma anche le peggiori discussioni, a volte proprio tra amici! Il limite si raggiunge quando per colpa di incomprensioni – o proprio con volontà precisa – si scrivono notizie offensive che tendono a far passare una persona per quel che non è, o addirittura la si incolpa di qualcosa che non ha fatto. Oggi, grazie a una interpretazione della legge, tutto questo è considerato diffamazione (e quindi reato) anche se lo si fa sul profilo personale di Facebook. Ognuno deve quindi essere responsabile di ciò che scrive.
Scrivere notizie offensive è un reato anche se lo si fa sul profilo personale di Facebook
Se ne è discusso molto sui giornali proprio in virtù di unfatto accaduto a Roma tra due persone che lavoravano nello stesso ambiente. Il primo era convinto che un collega avesse fatto carriera usando mezzi “non ortodossi” e lo ha scritto su Facebook in modo privato, con un messaggio destinato a poche persone e senza riportare il nome. Il collega però ha fatto causa e la Cassazione gli ha dato ragione, esprimendosi così: “Ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa”. Immagino che molti ora correranno sul proprio profilo Facebook a cancellare tutte le foto e i post riguardanti la politica o gli altri argomenti che ho citato, ma fate veloci, almeno più veloci della persona che avete in qualche modo offeso, che potrebbe aver fotografato il post.   Umberto Macchi

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